GRAN BAZAR POLITEAMA
di Andrea Basso Sr.
Dopo l’entrata degli Americani & C., gli sfollati, costituiti dalle famiglie palermitane che si erano canziate cercando di evitare le bombe che copiosamente, ma a fin di bene, sosteneva la propaganda degli americani, piovevano dal cielo per preparare la liberazione, dopo un certo periodo di riflessione per cercare di capire come stavano i fatti, decisero che potevano ritornare nelle loro case di città. L’operazione comportava un doppio vantaggio: quello di riappropriarsi del proprio ambiente naturale e quello di risparmiare l’affitto della seconda casa che, specie con i tempi che correvano, non era una cosa di secondaria importanza. Ma il vero problema di fondo restava lo stesso di prima, e consisteva nella difficoltà di trovare i picciuli per sopravvivere, nella considerazione che non sempre si poteva subito riprendere l’attività economica esercitata prima degli eventi bellici. Rappresentanze di commercio, trasporti ferroviari e marittimi, commercio di agrumi ed altre derrate alimentari, non erano certo attività che si potevano svolgere facilmente in quel periodo, in cui l’Italia era semidistrutta ed ancora spaccata a metà dal fronte di guerra. Così alcuni amici che svolgevano le attività di cui sopra e similari, e che non se la sentivano di spacciare Amlire false, con un guadagno immediato del 50%, uniti da un vincolo morale di solidarietà economica, decisero di mettersi insieme e dividere fra loro quello che riuscivano a guadagnare onestamente. Presero in locazione un immobile che si trovava in via Emerigo Amari all’altezza del Teatro Politeama, un po’ prima del Cinema Nazionale, per intenderci, allo scopo di vendere tutto quanto era vendibile, principalmente ai marinai ed ai marines americani che, salendo dalla zona del porto, al fine di liberarsi dei dollari che avevano in tasca e che non riuscivano a spendere a bordo, erano disposti a comprare qualunque cosa gli si mettesse sotto gli occhi. Nacque così il Gran Bazar Politeama. In esso si poteva trovare un po’ di tutto: agrumi di tutti i tipi e qualità, frutta fresca, paladini di Francia, carretti siciliani di tutte le dimensioni, foulard con la Sicilia stampata, scaccio, broccoli, sparacelli, carciofi, ocarine, scacciapensieri, liquori fatti in modo molto artigianale, in quanto in commercio non se ne trovavano di meglio, casse da morto, eccetera………… Si, anche casse da morto, avete letto bene. Erano il frutto di una grande trovata dell’artigianato locale. Un ebanista, evidentemente pure lui a corto di lavoro, aveva messo in produzione una piccola cassa da morto, della dimensione di una decina di centimetri per tre, con relativo scheletro incorporato. Era tutto molto ben fatto, ma quello che faceva veramente colpo sugli acquirenti americani era il fatto che, sollevando il coperchio, spuntava, evidentemente spinto da una molla, un membro di dimensioni considerevoli, con buona pace del de cuius. E per questa piccola cassa, che si produceva in quantità molto limitate, richiedendo un considerevole tempo di lavorazione, gli americani erano disposti a sborsare una buona quantità dei loro dollari, che venivano ripartiti, secondo precisi accordi, fra l’ideatore-costruttore ed i gestori del Bazar che la commercializzavano. Gli avventori siculo-americani venivano tutti identificati con il nome generico di “Pasquale” e si presentavano dandoti delle pesanti manate sulle spalle, in segno di affetto. Ed effettivamente erano dei bonaccioni sempre allegri. Il Gran Bazar Politeama ebbe un certo periodo di vita florida che consentì di sfamare onestamente tante bocche di bambini. Poi, con il riprendere delle normali attività economiche, si sciolse senza particolari formalità. Al Gran Bazar Politeama io sento oggi il dovere di dire il mio pubblico grazie. E se qualche altro si volesse associare, faccia pure.
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